“Raccontare, per davvero” – Intervista ad Antonio Carnemolla tra strada, cinema e social
I suoi reel non inseguono le mode, ma raccontano storie vere, vissute, spesso dimenticate. Antonio Carnemolla, artista poliedrico, regista di cortometraggi, ha saputo unire la forza del linguaggio cinematografico all’immediatezza dei social, con due format originali: “Lo sapevi che”, che riscopre la memoria dei luoghi, e “Lettere dal Sud”, uno sguardo ironico e affilato sulla Sicilia contemporanea. Le sue storie durano poco più di un minuto, ma restano a lungo.
Due dei tuoi ultimi reel – quello dedicato a tua madre “A Maltisa” e quello recentissimo sul salvataggio di due bambine – stanno toccando il cuore di migliaia di persone. Te lo aspettavi?
No. O meglio, quando realizzo un reel, so che ci sto mettendo dentro qualcosa che sento davvero, ma non mi aspetto mai nulla. Il video su mia madre, “A Maltisa”, pubblicato da qualche settimana, è nato con delicatezza, senza alcuna strategia: è semplicemente arrivato ovunque. L’ultimo, “Il salvataggio”, caricato pochi giorni fa invece, racconta una storia vera accaduta in mare e l’incontro, dopo quarant’anni, tra una delle bambine e uno dei pescatori che la mise in salvo. È stata un’emozione forte, anche per me. Sono storie che mi riguardano, ma che appartengono a tutti. Forse per questo arrivano.
Hai dichiarato che oggi il linguaggio del cinema sta cambiando. A cosa ti riferisci, esattamente? Sta nascendo davvero un nuovo modo di raccontare?
Girare cortometraggi ha sempre comportato fatica e risorse. Ma oggi, per chi non ha alle spalle una produzione, un accesso privilegiato o una rete di contatti consolidata, diventa ancora più difficile. Spesso si riesce a realizzare un corto, magari con grandi sacrifici, lo si iscrive ai festival… e lo vedono poche centinaia di persone. E poi? Si ferma lì. I bandi sembrano scritti per tenerti fuori, e non si capisce mai davvero cosa venga valutato. È frustrante. I social, invece, ti danno un’altra possibilità: raccontare con poco, ma con sincerità. È come girare un corto da un minuto e mezzo, ma se hai qualcosa da dire, quella storia arriva. Molto più lontano di un film chiuso nel circuito dei festival.
Questi video da un minuto e mezzo sembrano piccoli film. Come li pensi, come li costruisci? Li consideri davvero cinema?
Li considero storie brevi, ma pensate con la stessa cura di un corto. Scrivo l’idea, la sviluppo, ci lavoro giorni, a volte settimane. C’è scrittura, c’è costruzione, c’è montaggio. Quindi sì, in un certo senso, sono corti. Solo che viaggiano in un altro formato, in un altro tempo. Ma non sono mai contenuti improvvisati o pubblicati tanto per esserci. Non mi interessa restare visibile a tutti i costi: racconto solo quando sento che ne vale la pena. Tutte le mie storie sono ambientate a Marina di Ragusa, ma non mi interessa solo il luogo in sé: come diceva Sciascia, «la Sicilia è una metafora». Quelle storie, se raccontate con verità, parlano al mondo.
Quanto lavoro c’è dietro un tuo reel?
Più di quanto si immagini. Ogni storia ha bisogno di tempo per maturare. A volte ci penso per settimane: faccio ricerche, prendo appunti, riscrivo, taglio, cambio direzione. Non seguo nessun calendario fisso: pubblico solo quando sento che quella storia è pronta.
Chi mi segue può anche non vedere nulla per un mese, ma è proprio perché non voglio forzare nulla. Preferisco un silenzio sincero a un contenuto vuoto. Oggi viviamo in un mondo in cui si clicca su tutto con facilità, ma io preferisco rallentare. Per me, per raccontare una storia che resti, servono verità, ascolto e rispetto: verso la storia, verso chi la guarda, e verso se stessi.
Con “Lo sapevi che” stai raggiungendo sempre più persone. Cosa pensi abbia colpito così tanto il pubblico?
Credo che sia la combinazione tra memoria e autenticità. Racconto storie vere, spesso dimenticate, legate ai luoghi, alla gente, ai dettagli della vita quotidiana. Non c’è nulla di costruito. Uso il linguaggio che conosco, quello del cinema, ma con il tono di chi parla a voce bassa, come tra amici. Forse il pubblico riconosce che non c’è trucco. E per questo si fida.
Con “Lettere dal Sud” usi l’ironia per raccontare la Sicilia e i suoi paradossi. Quanto è importante saper raccontare anche con leggerezza?
Vieni dalla strada, hai fatto spettacoli in piazza per anni. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza?
Tutto. Per me l’arte nasce dalla strada, perché è lì che si prende davvero tutto: gli sguardi, le emozioni, le storie delle persone che incontri. La strada ti mette a nudo, ti insegna a improvvisare, ad ascoltare, ad avere rispetto per chi hai davanti. A Padova mi sono esibito ininterrottamente per quindici anni: lì ho imparato il mestiere, ma soprattutto la sensibilità. In quelle piazze ho stretto legami, conosciuto persone, capito cosa vuol dire tenere viva l’attenzione anche con poco o nulla.
Da quell’esperienza sono nati progetti, festival, il format “Street Show Festival”. La strada, per me, è stata la mia vera scuola — e continuo a portarmela dentro, ogni volta che racconto una storia.
Hai girato cortometraggi, partecipato a festival, scritto sceneggiature. Ti manca quel mondo?
Un po’ sì, mi manca il set, la troupe, la magia del racconto lungo. Non mi manca però il meccanismo faticoso che spesso circonda quel mondo. Oggi, se devo scegliere, preferisco raccontare in questo modo. E magari, un giorno, farò un film proprio a partire da una di queste storie brevi.
Hai detto che un giorno ti piacerebbe fare un film partendo da una storia nata in un reel. È un progetto reale?
Assolutamente sì. Sto lavorando all’idea di un film che nasca proprio da una delle storie raccontate in questi mesi. E sono convinto che chi le ha seguite sui social avrebbe voglia di ritrovarle anche sul grande schermo. Perché, se una storia funziona in un minuto e mezzo, può emozionare anche in novanta.
Ti capita che le persone ti propongano storie da raccontare?
Sì, spesso. Ricevo messaggi da persone che mi raccontano esperienze personali o familiari, chiedendomi di trasformarle in un reel. Mi fa piacere, perché significa che c’è fiducia, che si riconoscono in quello che faccio. Ma la verità è che non riesco a raccontare una storia se non la sento profondamente mia. Non è per rifiuto, è per rispetto: se non riesco a viverla dentro, preferisco non toccarla. Ogni storia, per me, deve essere vissuta prima di essere raccontata.
Antonio Carnemolla ha scelto una strada che non è fatta di scorciatoie. Ogni sua storia è scritta con cura, girata con passione, montata con rispetto. Che duri un minuto o un’ora, non importa. Quello che conta è che resti. E le sue, in effetti, restano. Perché sono storie che non gridano, ma si fanno ascoltare. Come la voce di una madre. Come un incontro atteso per quarant’anni. Come il mare d’inverno.
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